La scrittrice, Angela De Cesare, è una docente in pensione, che ha insegnato nella Scuola Primaria “San Giovanni Bosco”, da lei frequentata anche da bambina.
L’autrice ha concepito l’idea di scrivere queste pagine durante i due anni della Pandemia, quando, costretta, come tutta la popolazione mondiale, a rinchiudersi tra le quattro pareti domestiche, ha pensato bene di evadere dalla “prigione”, spezzandone, metaforicamente, la grata arrugginita, per spiccare il volo, libera, tra le memorie della sua infanzia, trascorsa felicemente tra via Fiani e tre dei cinque vichi del Codacchio.
Nella prefazione al libro, l’autrice, con grande maestrìa si autodefinisce “una codacchiara insignita di onorificenza al merito, per ventuno anni di residenza concentrata nel borgo”. Proprio quest’ultimo ha lasciato un’impronta indelebile nella sua vita, sia affettiva che professionale, tale da non consentire a nessun evento burrascoso di spazzarla via.
Il libro è infatti una carrellata di flashback, di ricordi, di usanze, di tradizioni, di figure rappresentative degli episodi via via narrati attraverso pagine di sobria eleganza e genuinità: si va dal ciabattino Narduccio, un trentenne che adorava la mamma, il proprio lavoro e i gatti, ma contemporaneamente nutriva una passione spasmodica per le piante e i fiori, di cui era solito esibire una ricca rappresentanza fuori l’uscio di casa, alla tradizionale bambola adagiata sul letto matrimoniale, quasi ne fosse la regina, per rendere la camera più accogliente, perché, all’epoca, questa si trovava nella zona antistante dei sottani, abitazioni povere poste al livello stradale e senza finestre; si procede poi attraverso le “sciarrìate” nei vichi, che erano delle vere e proprie rappresentazioni teatrali, cui si assisteva con grande interesse e partecipazione, facendo il tifo per l’una o l’altra delle due donne contendenti, fino ai piatti tipici del nostro territorio, quali i lampascioni dal caratteristico sapore amaro, per concludersi nelle festività più sentite, come la Madonna della Fontana e San Sabino, patrono del paese.
Angela De Cesare, in questo ripercorrere la vita attraverso le memorie della sua infanzia, ha saputo catturare l’attenzione dei nostri alunni, che si sono mostrati particolarmente interessati alle frasi e ai modi di dire in vernacolo torremaggiorese, di cui si fa ampio uso nel libro. Numerose, e assai pertinenti, sono state le domande poste alla scrittrice, dettate dalla curiosità che la lettura in classe ha suscitato nei ragazzi, i quali, insieme alle loro docenti di italiano, hanno voluto dare un contributo all’incontro anche attraverso la realizzazione di lavori svolti sugli argomenti trattati.



